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Don Lorenzo Milani
Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti (27 maggio 1923 – 26 giugno 1967) è stato un prete cattolico italiano. Fu un educatore dei bambini poveri e un sostenitore dell'obiezione di coscienza. Biografia
Milani nasce a Firenze nel 1923 da una ricca famiglia borghese.[1] Suo padre, Albano Milani, e sua madre, Alice Weiss, erano convinti laici. Alice Weiss era ebrea e cugina di Edoardo Weiss, uno dei primi discepoli di Sigmund Freud e fondatore dell'Associazione Psicoanalitica Italiana. Il bisnonno paterno di Milani era Domenico Comparetti, un importante filologo del XIX secolo. Nel suo lavoro di pedagogista, Milani ha sottolineato l'importanza di imparare a usare le parole in modo efficace.[2]
Nel giugno del 1943, dopo un periodo di studi all'Accademia di Brera, Milani si convertì dall'agnosticismo al cattolicesimo, forse dopo un fortuito colloquio con don Raffaele Bensi, che poi divenne il suo direttore spirituale. Ha anche scambiato la compiacenza delle persone economicamente fortunate con la solidarietà con i poveri e i disprezzati. Fu ordinato sacerdote nel 1947 e inviato ad assistere don Daniele Pugi, antico parroco di San Donato a Calenzano. Lì fondò la sua prima scuola popolare (scuola popolare),[3] Il fatto che servisse bambini provenienti da famiglie sia credenti che non credenti scandalizzò gli ambienti cattolici conservatori. Dopo la morte di Pugi, avvenuta nel 1954, Milani fu inviato a Barbiana, un piccolo e remoto paese del Mugello.[2]
A Barbiana Milani continuò la sua radicale attività educativa nonostante l'opposizione sia clericale che laica.
La scuola di Barbiana
La Scuola Barbiana, situata nel borgo di Barbiana nel comune di Vicchio, Firenze, incarna l'inclusione e la democrazia. L’obiettivo non era selezionare, ma fornire un’istruzione personalizzata per garantire che tutti gli studenti raggiungessero un livello minimo di apprendimento, promuovendo così l’uguaglianza ed eliminando le differenze derivanti dalla storia personale, dallo status socioeconomico e dal background (un approccio altamente costituzionale).
L'opera di don Milani a Barbiana non fu quella di un prete isolato e ingenuo che creò frettolosamente una scuola rurale. Si è basato sui contributi di numerosi pedagoghi ed educatori moderni. Sebbene la scuola possa sembrare totalizzante nel contesto odierno, deve essere intesa nel contesto di un vuoto educativo assoluto, soprattutto per i suoi studenti iniziali, che altrimenti sarebbero stati inghiottiti dal lavoro impegnativo dei campi e dei boschi. La scuola offriva un netto contrasto con questo ambiente, come indicato dalla famosa osservazione di uno studente: “La scuola è sempre meglio che schifezza!”
La Scuola di Barbiana non solo forniva un'istruzione a tempo pieno, ma era eccezionalmente coinvolgente, sia in termini di programma che di curriculum. La sua metodologia inclusiva e partecipativa, incentrata sulla cura individuale racchiusa nella famosa frase “I care”, lo distingue.
Il curriculum non era predeterminato da un programma astratto e preconfezionato, ma piuttosto emergeva dal lavoro degli studenti e dal loro bisogno di comprendere nuove problematiche. Ciò includeva la lettura di giornali per identificare punti di partenza per potenziali viaggi di apprendimento, portando a un approccio geografico, storico e sociale all’intero processo di insegnamento-apprendimento. L'accento è stato posto sulla concretezza dei fatti e, accanto all'esperienza, sul riconoscimento delle “teorie” per la spiegazione. La profondità di comprensione non era una scelta secondaria o facoltativa, ma una componente essenziale per la comprensione.
In molti modi, questo approccio riecheggia la ricerca praticata nei migliori programmi a tempo pieno, guidati da pedagoghi come De Bartolomeis. Risuona anche l'enfasi emergente sulla “ricerca ambientale” in Italia in quegli anni, grazie al Movimento per la Cooperazione Educativa (MCE).
A Barbiana c'era un posto per tutti, ognuno aveva il suo ruolo (non nel senso di scrivania). Don Milani si è avvicinato agli studenti non con un metodo singolare, ma con una considerazione per le qualità uniche di ogni individuo. L’obiettivo era acquisire la responsabilità di vedere attraverso gli occhi degli altri.
Ogni studente è stato incoraggiato a trovare uno scopo “più alto” per la conoscenza acquisita, per far sentire la propria voce collettivamente. Il “I care” di don Milani era in netto contrasto con il fascista “Me ne frego” (“Non mi interessa”). Si estendeva a ogni singolo studente, alla sua comunità e al mondo intero.